Hans aveva messo insieme una raccolta di canzoni, e i suoi compagni amavano ascoltarlo quando cantava accompagnandosi con la chitarra. Non erano solo gli inni della Gioventú hitleriana, ma anche canzoni popolari di svariati paesi e popoli. Com'erano incantevoli quelle canzoni russe o norvegesi, con la loro cupa, struggente malinconia! Quante cose non esprimevano dell'anima di quei popoli e della loro patria!

Ma qualche tempo dopo Hans subí una strana trasformazione; non era piú quello di prima. Qualcosa di conturbante era entrato nella sua vita. Non erano gli ammonimenti del babbo, oh no! Quegli ammonimenti poteva far finta di non sentirli. Si trattava d'altro. Quelle canzoni erano proibite, cosí gli avevano detto i comandanti. E allorché ne aveva riso, avevano minacciato di punirlo. Ma perché mai non avrebbe dovuto cantare quelle canzoni, cosí belle? Solo perché erano state create da altri popoli? Non riusciva a credere che dovesse essere cosí. Questo pensiero lo opprimeva, e la sua spensieratezza cominciò a dileguarsi. In quei giorni venne onorato con un incarico particolare: quello di portare la bandiera della sua comunità etnica a Norimberga, al congresso del partito nazionalsocialista. Grande fu la sua gioia; ma quando ritornò non potevamo credere ai nostri occhi. Aveva l'aspetto stanco, e dal suo volto traspariva una grande delusione. Non potevamo attenderci spiegazioni. Apprendemmo tuttavia un po' alla volta che i giovani i quali colà gli erano stati presentati come esempi ideali a cui ispirarsi erano completamente diversi dall'immagine che si era fatta di loro. Non v'erano state che esercitazioni e un'uniformità che si estendeva anche alla vita privata. Hans avrebbe desiderato invece che ogni ragazzo potesse sviluppare la propria particolare personalità, ancora allo stato latente. Ognuno avrebbe dovuto contribuire ad arricchire il gruppo con la sua fantasia, con le sue trovate e con la sua individualità. A Norimberga invece tutto era stato predisposto sul medesimo stampo. Si era parlato notte e giorno di fedeltà. Ma cosa mai, se non la fedeltà a se stessi, era il presupposto di qualsiasi altra fedeltà? ... Oh Dio! L'anima di Hans cominciava a ribollire con violenza.

Un altro divieto venne, poco tempo dopo, a turbarlo. Uno dei comandanti gli aveva tolto di mano un libro del suo autore preferito, il volume Ore siderali dell'umanità di Stefan Zweig. Gli avevano detto che era proibito. E perché mai? Nessuna risposta. Udí qualcosa di analogo anche a proposito di un altro autore tedesco che gli piaceva molto. Questi era dovuto fuggire dalla Germania perché aveva fatto professione di pacifismo.

Alla fine si era arrivati a una rottura dichiarata.

Hans era stato già da tempo promosso capodrappello, e, con l'aiuto dei suoi ragazzi, aveva confezionato una magnifica bandiera con sopra un grosso animale leggendario. Questa bandiera era una cosa particolare: era consacrata al Fuhrer, e i ragazzi le avevano giurato fedeltà perché era il simbolo della loro comunità. Ma una sera, allorché con la bandiera spiegata si erano presentati all'appello dinanzi ad un gerarca di grado piú elevato, era accaduta una cosa inaudita. Il gerarca aveva invitato improvvisamente ed in modo imprevisto il piccolo alfiere (un vispo ragazzetto dodicenne) a consegnargli quel vessillo. “Non occorrono bandiere particolari. Attenetevi a quella prescritta per tutti “.

Hans rimase molto colpito. Da quando mai potevano accadere dei fatti del genere? Il comandante non sapeva dunque che cosa rappresentava per il suo drappello quella bandiera? Non era forse qualcosa piú di un cencio che si poteva cambiare a piacimento?

Il gerarca invitò ancora una volta l'alfiere a consegnare il vessillo. Il ragazzo se ne stette rigido. Hans sapeva che cosa provava, e che non avrebbe fatto ciò che gli veniva chiesto. Quando il gerarca ripeté, con tono minaccioso, l'ordine per la terza volta, Hans si accorse che la bandiera tremava un poco. Non riuscí a trattenersi oltre. Uscí in silenzio dalle righe e diede uno schiaffo al gerarca.

Da quell'istante non fu piú capodrappello.

La scintilla di angoscioso dubbio accesasi in Hans si trasmise a tutti noi.

In quei giorni apprendemmo anche la storia di un giovane maestro scomparso misteriosamente. Era stato posto di fronte a un gruppo di SA che dovettero passare ad uno a uno davanti a lui con l'ordine di sputargli in faccia. Dopo di allora, nessuno aveva piú visto il giovane maestro, inghiottito da un campo di concentramento.

« Ma che cosa ha fatto? » , chiedemmo, trattenendo il fiato, a sua madre. « Nulla, nulla », esclamò disperata la donna. « Non era nazionalsocialista e non si sentiva di andare con loro. Questa fu la sua colpa ».

Oh, Dio! Il dubbio che fino ad allora era stato solo una scintilla, si trasformò dapprima in una cupa disperazione, indi in una fiamma di indignazione. Un mondo puro e fiducioso cominciò a crollare, un po' alla volta, nel nostro animo. Che cosa avevano fatto, in realtà, della patria? Non esisteva libertà, né vita in fiore, né prosperità, né felicità per ciascun uomo che viveva nei suoi confini. No! Avevano

stretto, una dopo l'altra, delle morse intorno alla Germania, finché non divenimmo tutti, man mano, prigionieri di un grande carcere.

« Babbo, che cos'è un campo di concentramento? »

Il babbo ci raccontò quel che ne sapeva e immaginava, e soggiunse:

«Questa è guerra, guerra in un periodo di pace totale e contro membri del proprio popolo; guerra contro il singolo inerme, guerra dichiarata alla felicità e alla libertà dei propri figli. È un delitto orribile».

Ma forse la tormentosa delusione non era che un brutto sogno da cui ci saremmo svegliati il mattino seguente. Nei nostri cuori si accese una lotta violenta. Tentammo di difendere i vecchi ideali contro tutto quello che avevamo visto e udito. «Conosce il Fuhrer I l'esistenza dei campi di concentramento?»

« Come potrebbe ignorarli, dal momento che esistono già da anni e che sono stati istituiti dai suoi amici piú intimi? E perché non si è valso del suo potere per abolirli subito? Perché è proibito, sotto pena di morte, a coloro che vengono rilasciati, di parlare di quel che hanno passato? »

Provammo la strana sensazione di vivere in una casa che un tempo era stata bella e linda, nella cui cantina accadono però, a porte chiuse, delle cose orribili, terrificanti e sinistre. E come il dubbio pian piano si era impadronito di noi, cosí si destò in noi l'orrore, la paura, il primo piccolissimo germe di un'incertezza senza limiti.

« Ma come è potuto accadere che degli elementi di quel genere siano saliti al potere nel nostro paese? »

«In tempi di grande miseria », ci spiegò il babbo, « gente di tutte le risme riesce ad andare al potere. Pensate attraverso quante traversie dovemmo passare: prima la guerra, poi le difficoltà del dopoguerra, l'inflazione e una terribile indigenza e poi la disoccupazione. Quando anche la pura e semplice esistenza è minacciata e il futuro appare solo come una parete grigia e impenetrabile, si presta facilmente ascolto a promesse e a lusinghe, senza chiedersi da chi provengano ».

« Ma Hitler ha mantenuto la sua promessa di eliminare la disoccupazione ».

« Nessuno lo nega. Non chiedete però come vi sia riuscito. Ha impresso nuovo impulso all'industría bellica e si costruiscono delle caserme... Sapete come vanno a finire queste cose?... Sarebbe riuscito ad eliminare la disoccupazione anche potenziando l'industria destinata a scopi pacifici. È facile riuscirvi in regime di dittatura. Ma noi non siamo del bestiame che una greppia colma basti a soddisfare. La sicurezza materiale non potrà mai bastare a renderci felici. Siamo uomini che hanno la loro libera opinione, una fede che è nostra. Un governo che intacca queste cose non ha piú il minimo rispetto per gli uomini. Ma questa è la prima cosa che dobbiamo pretendere da esso » .

Questo dialogo si era svolto fra il babbo e noi nel corso di una lunga passeggiata primaverile. Ancora una volta ci eravamo alleggeriti interamente l'anima discutendo di tutti i problemi e dei dubbi che provavamo.

« Vorrei solo che procediate nella vita diritti e liberi, anche se è difficile » , aveva soggiunto il babbo.

D'un tratto avevamo provato un senso di cameratismo, il babbo e noi. Non sarebbe venuto in mente a nessuno di noi che, in realtà, egli era molto piú anziano. Sentivamo che il nostro orizzonte si era ampliato, ma che questa vastità implicava dei rischi e del pericolo.

In mezzo all'incomprensibile e sempre piú estranea agitazione esterna, la famiglia divenne ora per noi una salda isoletta.

Oltre alla famiglia vi fu però anche qualcos'altro che, fra i quattordici e i diciotto anni, ebbe un'influenza decisiva sulla vita dei miei fratelli Hans e Werner, il minore, pervadendola di uno slancio indescrivibile. Era la jungenschaft, un gruppetto di amici. Questi gruppetti esistevano in varie città della Germania, soprattutto nelle località ove permaneva ancora un barlume di vita culturale. Erano le sopravvivenza della dispersa « Gioventú federale » e in realtà erano stati vietati già da tempo dalla Gestapo. Possedevano uno stile loro, molto suggestivo, che si era enucleato dallo spirito dei ragazzi stessi, i quali si riconoscevano dal modo di vestire, dalle canzoni che prediligevano, e finanche dal modo di esprimersi. Non so se queste cose si possano descrivere: bisogna averle vissute. Per questi ragazzi la vita era una grande, stupenda avventura, una spedizione in un mondo ignoto e allettante. Facevano delle gite di fine settimana e solevano abitare, anche nei periodi del freddo piú intenso, sotto tende sul genere di quelle che usano costruirsi i Lapponi all'estremo limite del settentrione. Quando stavano seduti intorno al fuoco, uno di loro era solito leggere ad alta voce; altre volte cantavano in coro, accompagnandosi con la chitarra, col banjo o con la balalaika. Raccoglievano i canti di tutti i popoli, e componevano parole e musica dei propri canti solenni e di gaie canzonette. Dipingevano e fotografavano, scrivevano e componevano poesie. Nacquero cosí i loro meravigliosi diari e le loro riviste, inimitabili. Usavano attendarsi d'inverno sulle praterie montane piú remote, e compivano le piú temerarie discese in sci. Amavano tirar di scherma la mattina presto. Portavano con sé dei libri che avevano importanza per loro e che aprivano loro nuove prospettive sul mondo e sul loro stesso animo. Erano seri e chiusi; avevano un loro peculiare umorismo. Erano facili all'arguzia, allo scetticismo e alla derisione. Erano capaci di correre all'impazzata attraverso i boschi, e si tuffavano nelle prime ore del mattino in fiumi gelidi. Erano capaci di starsene per delle ore distesi bocconi ad osservare la selvaggina o gli uccelli. Assistevano del pari, immobili e trattenendo il respiro, ai concerti per scoprire la musica. Li si vedeva al cinematografo, quando, una volta tanto, appariva un bel film, o a teatro, quando qualche rappresentazione commoveva gli animi. Si aggiravano in punta di piedi nei musei e conoscevano perfettamente il Duomo e le sue bellezze piú recondite. Amavano in modo particolare i cavalli azzurri di Franz Marc, i campi ardenti di grano e i soli di Van Gogh, e il mondo esotico di Gauguin. Ma con tutto ciò non si esprime nulla di veramente preciso. E forse non si deve dire molto, perché erano cosí chiusi ed entravano cosí silenziosamente nel mondo degli adulti, nella vita.

 

Ecco uno dei loro cori prediletti:

Chiudi per un po' occhi ed orecchi

davanti al frastuono dell'epoca.

Non lo guarisci e non trovi salvezza

fin quando il tuo cuore non si consacra.

È tuo compito custodire, aspettare, vedere

l'eternità nel giorno.

Cosí sei già prigioniero e liberato

nel fluire degli eventi del mondo.

Si avvicina l'ora in cui ci sarà bisogno di te.

Sii pronto per quel momento,

e buttati fra le fiamme che stanno per spegnersi

come ultimo ceppo.

 

Un'ondata di arresti percorse improvvisamente tutta la Germania, distruggendo queste ultime autentiche sopravvivenze di un grande movimento giovanile, sorto all'inizio del secolo con meravigliose aspettative e slancio profondo.

Per molti di questi ragazzi il carcere fu una delle grandi e feconde esperienze emotive della loro giovinezza. E piú d'uno di loro comprese che la gioventú, i movimenti giovanili e la jungenschaft dovevano a un dato momento finire, perché i ragazzi dovevano compiere il passo che porta alla maturítà.

I diari, le riviste e le raccolte di canzoni furono sequestrati e mandati al macero. I ragazzi vennero rimessi in libertà dopo qualche settimana o qualche mese. In quell'epoca Hans scrisse sulla prima pagina, bianca, di uno dei suoi libri preferiti queste parole: «Strappateci il cuore, e il suo fuoco vi brucerà mortalmente ».

Questo periodo dedicato ai gruppi giovanili sarebbe dovuto finire anche senza la Gestapo. Questo fu quanto comprese Hans nel suo primo contatto con la grigia cella di un carcere. Si concentrò ora completamente negli studi che doveva iniziare, e decise di diventare medico.

Sentiva che la bellezza e il godimento estetico dell'esistenza, e anche il silenzioso maturarsi, non gli bastavano piú, che non erano piú sufficienti a preservarlo dai pericoli che i tempi comportavano. Sentiva che rimaneva un ultimo, bruciante vuoto e che non v'era risposta ai difficili, profondi, inquietanti interrogativi: né in Rilke, né in Stefan George, né in Nietzsche, e nemmeno in Holderlin. Hans aveva però la netta sensazione che la sua sincera ricerca lo avrebbe condotto per il giusto cammino. Incontrò, infine, per strane vie indirette, i filosofi antichi, conobbe Socrate e Platone e, si imbatté nei primi pensatori cristiani, si occupò del grande Agostino. Scoprí poi anche Pascal... In quel tempo le parole della Sacra Scrittura assunsero un nuovo, sorprendente significato ai suoi occhi, divennero prodigiosamente attuali e risplendettero di una luce insospettata.

Da allora erano trascorsi degli anni. La guerra interna, condotta contro singoli, si era trasformata in guerra contro i popoli, nella seconda guerra mondiale.

Hans aveva già cominciato l'Università quando scoppiò la guerra. Dapprima gli era stato lasciato un periodo indeterminato di tempo per continuare gli studi. Poi venne arruolato nel corpo di sanità, e poco tempo dopo prese parte, come soldato di sanità, alla campagna di Francia. Successivamente venne assegnato ad una compagnia di studenti di stanza a Monaco. Cosí poté continuare gli studi. Era però una vita studentesca tutta particolare. Hans era per metà soldato e per metà studente; un po' stava in caserma, un po' all'Università o nella clinica. Erano due mondi opposti, che non riuscivano mai ad armonizzare. Questa vita discorde gli pesava assai. Ma piú ancora lo opprimeva il dover vivere in uno Stato, in cui la mancanza di libertà, l'odio e la menzogna erano divenuti la condizione normale. Le catene del dispotismo non divenivano forse sempre piú strette ed insopportabili? Ogni giornata che ancora si trascorreva in libertà non era forse un regalo? Nessuno infatti poteva essere sicuro di non venire arrestato, di non sparire forse per sempre, per un'osservazione di nessun conto. Hans si sarebbe potuto stupire se la polizia segreta avesse sonato una mattina alla sua porta e avesse posto fine alla sua libertà?

Hans sapeva benissimo di non essere che uno di milioni di tedeschi che la pensavano come lui. Ma guai se qualcuno osava parlare liberamente, apertamente: veniva gettato inesorabilmente in prigione. Guai se una mamma sfogava il suo cuore angustiato imprecando contro la guerra! Gliene venivano ansie peggiori. Sembrava che orecchie invisibili ascoltassero tutto ciò che si diceva in Germania.