Via CruciV

Giovanni Paolo II <p> R

Venerdì Santo 1988

&nbsH;

i>Testi preparati da ]ans Urs von Balthasar

 

Il camminodi fede di Maria fino alla sroce

"Mediante la fede Maria è perfettamente unita a Cristo

nella sua spoliazione...

Ai piedi della Croce

Maria partecipa mediante la fede

allo sconvolgente mistero di questa spoliazione.È questa forse la più profonda “kenosi” della fede

nella storia dell'umanità.Mediante la fede la madre partecipa

alla morte del Figlio, alla sua morte redentrice;

ma a differenza di quella dei discepoli che fuggivano,

era una fede ben più illuminata.Sul Golgota Gesù mediante la Croce

ha confermato definitivamente

di essere il”segno di contraddizione",

predetto da Simeone.Nello stesso tempo, là si sono adempiute

le parole da lui rivolte a Maria:

"E anche a te una spada trafiggerà l'anima"...La nuova maternità di Maria, generata dalla fede,

è frutto del “nuovo” amore,

che maturò in lei definitivamente ai piedi della Croce,

mediante la sua partecipazione

all'amore redentivo del Figlio”.

Dall'Enciclica “Redemptoris Mater”(nn. 18 e 23)

Preghiera iniziale

Nel nome del Padre…

Fratelli e Sorelle: Il cammino della croce di Gesù è la via regale della Chiesa che, seguendo da vicino le orme del Maestro, compie il suo pellegrinaggio di fede per giungere alla gloria della risurrezione.

Chiediamo il dono dello Spirito per contemplare la passione gloriosa di Cristo, con la fedeltà e l'amore di Maria che ha seguito Gesù fino al Calvario.

 

Padre santo e misericordioso, donaci di ripercorrere con fede ed amore il cammino della croce, affinché, partecipi della passione di Cristo, possiamo giungere con Lui alla gloria del tuo Regno. Per Cristo nostro Signore.

Amen.

 

 

Prima Stazione

Gesù è condannato a morte

 

Ti adoriamo Cristo…

“Pilato, volendo soddisfare la moltitudine, rilasciò loro Barabba e, dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò perché fosse crocifisso” (Mc 15, 15).

 

“Egli venne fra la sua gente, ma i suoi non l'hanno accolto”. È il mondo intero che, ora, condanna il suo Creatore e Redentore. L'umanità composta di cristiani, giudei e pagani. La condanna venne fuori dalla piccola folla di coloro che avevano seguito Cristo. Da Giuda, al quale questo messia appariva non abbastanza efficace sul piano storico e che, perciò, lo vendette ai giudei, i quali aspiravano ad un potere e ad una liberazione politica. Pietro lo rinnega, gli altri discepoli fuggono.

Questa è l'immagine, senza trucco, della chiesa nascente, nell'ora della verità. Ma anche i giudei non riconoscono in Gesù quell'ideale di messia politico, che si erano fabbricato, molto lontano dalla fede di Abramo. E si smascherano da sé, quando dicono a Pilato: “Noi non abbiamo altro re che Cesare”. Pilato, il pagano, cerca di liberare Gesù, ma non gli riesce; e cede per amore della pace in Gerusalemme.

E il colpevole non vuole esserlo stato nessuno! Giuda riporta indietro il denaro. I giudei vedono in Gesù un bestemmiatore, che viene condannato a ragione. Pilato si lava le mani. Tutti sono colpevoli, nessuno vuole esserlo. Nessuno dei peccatori ha riconosciuto Dio, così come Egli è veramente. “Dio ha rinchiuso tutti nella disobbedienza, per usare misericordia a tutti” (Rm 11,32), cristiani, giudei e pagani.

Tu, Signore nostro Dio, condannato da noi tutti, abbi pietà di noi! Ma il fatto che tu prenda su di te il nostro rifiuto, nella tua superiore libertà, è già espressione della tua misericordia.

 

Padre nostro

 

Stabat mater dolorosa

iuxta crucem lacrimosa,

dum pendebat Filius.

 

Seconda Stazione

Gesù riceve la croce sulle spalle

 

Ti adoriamo Cristo…

“... e Gesù, portando la croce, si avviò verso il luogo del Cranio, detto in ebraico Golgota” (Gv 19, 17).

Signore, tu accogli dagli uomini quella croce che, sin dall'eternità, hai dichiarato al tuo divin Padre di essere pronto ad assumerti, nella più perfetta libertà dell'amore. Non sono stati gli uomini a sceglierti come capro espiatorio e a gettare su di te i loro peccati; sei tu stesso che li hai presi su di te, nella superiore, libera tua decisione. Altrimenti tutta la tua Passione sarebbe rimasta senza efficacia. Caricare un uomo estraneo con la propria colpa significherebbe che si cerca di salvare se stessi.

Neanche tuo Padre te l'ha caricata addosso, ma tutta la santa Trinità ha deciso la redenzione del mondo perduto nei peccati. Tu ti sei offerto nello Spirito Santo dell'amore al Padre per portare a compimento sulla croce l'opera della creazione e il Padre, nello stesso Spirito dell'amore, te l'ha permesso. Nessuno immagini che Dio Padre abbia mandato suo Figlio sulla croce per ristabilire la giustizia tra cielo e terra. Tutto è un'opera di amore libero e di grazia. L'evangelista Giovanni dice espressamente: “Gesù portò la sua croce per propria decisione”.

Lo sguardo di Gesù, lungo tutta la sua vita, è stato rivolto a questo suo ultimo atto di donazione. Altrimenti tutto sarebbe stato inutile. Con la sua predicazione e i suoi miracoli egli non ha convertito il popolo e i capi del popolo, li ha condotti ad un rifiuto sempre più deciso. Proprio a motivo dei suoi miracoli, alla fine, viene rigettato (Gv 11,47-48). Egli lo prevede: “Io devo essere battezzato con un battesimo! E come ardo dal desiderio finché non sia compiuto” (Lc 12, 50).

Benvenuta, croze cara! Seguendo te potremo finalmente dimostrare in modo efficace al mondo tutto l'amore di Dio.

 

Padre nostro

 

Cuius animam gementem,

contristatam et dolentem

pertransivit gladius.Terza StazioneGesù cade per la prima voltaTi adoriamo Cristo…

“Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo: se invece muore, produce molto frutto” (Gv 12,24).

 

La Bibbia non riferisc¥ nulla di questa caduta e delle bltre che seguono ancora sulla via d-lla croce. Ma bisogna ricordarsi che Gesù ha subito la terribile flagellazione romana, sotto la quale molté già morivano per il dolore e per lo sfinimento. Sul suo capo santo, a colpi di bastone, è stata conficcata la corona di spine; c'è da stupirsi di fronte al fatto che il Signore, q½ando gli è posto sulle spalle il caric sovrumano dellY trave, conservi ancora una coscienza lucida.

Ciò che si pretende, con questo, da lui, è chiaramente eccessivo. Finché un uomo ha ancora le forze inter ori Áper sopportare i dolori, un simile eccesso non è ancora raggiunto. Ma al Signore viene chiesto ciò che va oltre la misura. Ci rendiamo veramente conto di ciò, solo se consideriamo che sulle spalle di lui, nella sua estrema debolezza, viene posto non solo il barico di due legni, ma anche il peso dei peccati di tutti gli uomini, da Adamo fino all'ultimo. Cosa questo significhi, non lo comprenderemo mai, perché una persona soltanto, il Figlio di Dio, poteva prendere su di sé questo incomprensibile peso.

Il fatto che questo peso lo schiacci fino a terra, ripetutamente, è comprensibile. Quasi lo stritola. “Io sono un verme, non un uomo”, dice di lui il salmo. E noi siamo corresponsabili di tutto ciò. Ognuno dei nostri peccati, che disprezza l'amore di Dio, è come un calcio contro il Signore caduto a terra. Non potrebbero delle persone di buona volontà aiutare il Redentore che porta la croce? Ce ne sono, che lo desiderano. E noi nelle prossime quattro stazioni ne incontreremo. Ora, intanto, vogliamo chiedere perdono al Signore per aver anche noi posto carichi superflui sulle sue spalle.

 

Padre nostro

O quam tristis et afflicta

fuit illa benedicta

Mater Unigeniti!Quarta StazioneGesù incontra sua madre

Ti adoriamo Cristo…

“Simeone disse a Maria: “Egli è qui per la rovina e per la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione... ed anche a te una spada trafiggerà l'anima”” (Lc 2,34-35).

 

Maria, la madre, fu indispensabile nel concepimento e nella nascita di Gesù; ora è di nuovo indispensabile nella sua passione e morte. Non c'è uomo senza un prossimo, eppure ora in croce non bastano i due malfattori crocifissi con lui; è necessaria anche la donna senza peccato: la vergine madre. Gesù la costituirà ora vergine madre del suo corpo mistico, la Chiesa. Per poterlo divenire, ella deve partecipare, insieme col Figlio, al massimo delle sofferenze: solo dal corpo sfinito di Gesù sgorgano acqua e sangue, i sacramenti della Chiesa; solo dal suo cuore spiritualmente trafitto, Maria può diventare madre e protot‰po della sposa del Figlio, la Chiesa. Ella deve prendere parte, perciò al suo abbaidono da parte di Dio: come il Padre ora mi abbandona, così io ti abbandono; ecco il tuo nuovo figlio, Giovanni, il mio discepolo predileuto, che è unito intimamente a Pietro, il rappresentante dell'unità ecclesiale. Attraverso Giovanni Maria, l'Immacolata, viene introdotta nella Chiesa petrina: nel suo centro ella invocherà pej tutti i credenti lo Spirito Santo, che un giorno a Nazaret già l'aveva ricoperta della sua ombra. Maria è solo un essere umano, non un Uomo-Dio, ch| può portare i peccati del mondo. Eppure nonostante tutto ella viene resa partecipe di questa passione sovrumana: nient'altro viene da lei richiesto, se non che non si ribelli, ma ridica il suo ‘sì’ fino alla terribile fine. A nessun essere umano, a nessuna madre, a nessuna donna si potEva chiedere tanto: le sette spade nel suo cuore ne sono soltanto un debole simbolo. Il veggente dell'Apocalisse la intravede tra terra e cielo, ment’e grida forte nelle doglie del parto. Qualcosa della grazia del nostro essere cristiani, che provien‡ tutta da Dio, la dobbiamo a lei. I Padri della Chiesa lo sapevano: il cristiano ha Dio come Padre e la Chiesa mariana come madre. Ora, sulla via della croce, ella non può togliere nulla al Figlio. Ella può solo dire ‘sì’ e camminare insieme a lvi. Questa è la logica cristiana: Egli porta tutto, ma ci lascia per grazia nondimeno una parte, affinché noi possiamo partecipare alla fecondità della redenzione.

  

Vergine Madre,

 

sulla via del Calvario

incontri Gesù, carico della croce:

il volto sfigurato,

stanche le membra martoriate,

la voce senza lamento,

lo sguardo pieno di amore.

Lo incontri e comprendi:

con lui ascendi il colle del sacrificio,

con lui condividi la passione

per la salvezza dell'uomo.

Insegnaci, Vergine,

a riconoscere il volto del tuo Figlio

nel volto dell'uomo

oppresso, emarginato, deriso;

a camminare accanto a lui,

finché il suo volto si illumini di speranza

e, nella luce della croce,

la sua pena si trasfiguri in gioia.Quae moerebat et dolebat,

pia Mater, dum videbat

nati poenas incliti.

Quinta StazioneSimone di Cirene porta la croce di Gesù

 

Ti adoriamo Cristo…

 

“Allora costrinsero un tale che passava, un certo Simone di Cirene, che veniva dalla campagna, padre di Alessandro e Rufo, a portare la croce” (Mc 15, 21).

 

Maria è lì per condividere la via della croce nel più profondo dolore. Simone è l'uomo comune, che non è pronto per un impegno fuori dell'ordinario. Viene dal lavoro e si aspetta verosimilmente il pranzo. Gli evangelisti sottolineano il fatto che egli venga costretto a portare la croce, quella croce che per Gesù è troppo pesante. Forse egli porta una delle due travi, poiché Gesù cadrà sotto l'altra ancora due volte.

Quanti di noi si vedono improvvisamente un carico per il quale non si era preparati e che si è costretti a portare. Una malattia, una morte, peggio un'espulsione dalla patria, una espropriazione, una carestia: piaghe da cui oggi milioni di persone sono visitate. Bene o male la sofferenza - si sa! - deve essere sopportata: la ribellione non giova a nulla. Rassegnazione dunque. Si dice, come meglio è possibile, il proprio povero “sì”.

E senza saperlo, si aiuta così Gesù a portare la sua croce. Il più debole “sì” ad una sofferenza imposta ci mette sulla sua strada e si trasforma in una grazia, senza che noi ne diventiamo consapevoli, perfino quando noi vorremmo fuggire con tutte le forze alla pena. Ciò non è negato, a condizione soltanto di non opporsi contro le cose imposte, ma piuttosto di accettarle come qualcosa posto sulle nostre spalle da Dio, da una “forza superiore”.

Il paziente Giobbe, che ha proferito parole così amare contro le sue sofferenze immeritate ed eccessive, ha saputo tuttavia pronunciare quel detto stupendo: “Il Signore ha dato, il Signore ha tolto: sia benedetto il nome del Signore”. Questo bastò perché Dio alla fine lo giustificasse.

Cosa dobbiamo fare? Non protestare contro Dio e contro ciò che Egli richiede da noi. Fin dove siamo capaci, sopportiamo con pazienza e, se ci riesce, rendiamogli per questo perfino grazie. La sofferenza è un segno che Dio ci prende sul serio, ci associa alla via del Figlio suo.

Coraggio, cari fratelli e sorelle! Cerchiamo di portare, senza mormorare, quella parte di croce che forse noi non riconosciamo neppure come tale. Il Signore porta per noi infinitamente di più.

 

Padre nostro

Quis est homo qui non fleret,

Matrem Christi si videret

in tanto supplicio?Sesta StazioneLa Veronica asciuga il volto di GesùTi adoriamo Cristo…

“Non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi; non splendore per provare in lui diletto. Disprezzato e reietto dagli uomini... come uno davanti al quale ci si copre la faccia...” (Is 52,2-3).

 

La figura della Veronica non appare nella Bibbia. Ma sulla via della croce ci sono molte donne che camminano con lui, le quali, con la loro presenza, vogliono non solo professare la loro adesione al Signore, ma anche aiutarlo, nonostante la loro impotenza. La Chiesa che persevera ora nel discepolato consiste di donne, oltre che del discepolo prediletto. In quanto è sposa di Cristo, la Chiesa è femminile. Nella misura in cui manifesta al Signore la sua fede e la sua intima fedeltà, con amore e umiltà, come fece Veronica con il suo sudario, Gesù imprime i lineamenti della sua passione in queste anime pronte (che Egli non ci nasconde neppure il suo volto fisico sofferente, sembra attestarlo, dopo tante ricerche, la Sindone di Torino).

Il cristiano, nel cui cuore si ritrova un'impronta del volto di Cristo, riconoscerà la sua immagine anche nei lineamenti dei fratelli e delle sorelle che soffrono. “Ciò che fate al più piccolo dei miei fratelli, voi lo avete fatto a me”. Ognuno può offrire un aiuto materiale a chi soffre - il panno tangibile che asciuga il sudore - o, nel caso che non lo possa, almeno il proprio animo aperto alla condivisione dei sentimenti e delle sofferenze altrui, dal momento che, per uno che soffre solo e scoraggiato, anche ciò può essere di grande aiuto. Davanti al dolore sterminato del mondo, che ogni mattina il giornale pone sotto i nostri occhi, sentiamo la nostra impotenza a dare un aiuto efficace. “Due pani e del pesce: cosa è questo per tante persone?”. Però pregare per il dolore del mondo lo possiamo sempre: e il Signore ha sempre il potere di operare per le nostre povere preghiere il prodigio della moltiplicazione dei pani.

Che Egli imprima i suoi lineamenti sul sudario della Veronica, è come una promessa: soffrendo per tutti, Egli sarà pronto a donare anche a tutti aiuto e salvezza.

Signore, imprimi il tuo volto anche nella mia anima!

 

Padre nostro

 

Quis non posset contristari,

Christi Matrem contemplari,

dolentem cum Filio?Settima StazioneGesù cade per la seconda volta

Ti adoriamo Cristo…

“Gesù disse: la mia anima è triste fino alla morte... Poi, andato più innanzi, si gettò a terra a pregare che, se fosse possibile, passasse da lui quell'ora” (Mc 14,15).

 

Questo venir meno, che ci atterrisce, delle forze del Figlio di Dio deve ricordarci la Parola: “Dio ha tanto amato il mondo, da dare per esso il suo unico Figlio” (Gv 3,16), così che Egli porti il carico eccessivo della colpa del mondo e, sotto di esso, finisca come uomo perfino col soccombere. Cosa deve succedere nel cuore del Padre, quando vede ciò? quando deve dirsi: ho permesso ciò al mio unigenito diletto Figlio, perché Egli mi ha pregato di poter fare ciò?

Noi non abbiamo parole per esprimere la “compassione” del Padre, a cui Egli va incontro per puro amore delle sue creature peccatrici. Sant'Ignazio dice negli Esercizi che dobbiamo considerare “come Dio si affanna per amore nostro e si comporta come uno che esegue un lavoro faticoso” (n. 236). Il Figlio di Dio non porta il mondo sulle spalle come il vigoroso Atlante: qui vediamo che, per amore del mondo, Egli semplicemente crolla sotto il peso del suo carico!

Noi vorremmo sempre una spiegazione dei perché Dio permetta tanto dolore nel mondo. L'unica risposta che Egli ci dà si trova qui: “Il mondo Dio lo ha tanto amato, amato, amato, da permettere che il suo unico Figlio” soccomba sotto di esso. Ma Dio è uno solo: lo stesso eterno amore è anche nell'amore del Figlio, che ci ha tanto amati da prendere su di sé la nostra colpa, così che il Padre possa nuovamente riconoscere in noi i suoi amati figli. Lo Spirito Santo è l'unità dell'amore tra Padre e Figlio; gli stessi sentimenti uniscono entrambi, e noi, poveri peccatori, ne siamo l'oggetto.

Non dobbiamo pensare troppo alle nostre proprie pene; cosa sono infatti in confronto con il carico schiacciante che Dio porta per noi?! E quando ne possiamo portare un poco con Lui, allora è pura grazia.

 

Padre nostro…

 

Pro peccatis suae gentis,

vidit Iesum in tormentis,

et fiagellis subditum.Ottava StazioneGesù consola le donne di Gerusalemme

Ti adoriamo Cristo…

“Lo seguiva una gran folla di popolo e di donne che si battevano il petto e facevano lamenti su di lui. Ma Gesù, voltatosi verso le donne, disse: “Figlie di Gerusalemme, non piangete su di me, ma piangete su voi stesse e sui vostri figli”” (Lc 23,27-28).

 

Ora si avvicina il terribile problema: la Passione di Gesù e il popolo d'Israele.

Non possiamo aggirare il fatto che Israele non riconobbe il suo atteso messia, e che lo ha condannato a morte; anche se, allo stesso tempo, dobbiamo dire che cristiani e pagani sono ugualmente colpevoli della sua morte. Ma ora Gesù, come messia condannato, non può lasciarsi consolare dalle donne d'Israele: “Piangete su di voi e sui vostri figli”, non su di me. Gesù vede l'imminente catastrofe che sta per irrompere su Gerusalemme, anzi sulla storia d'Israele. Egli vede l'avvenuta divisione, che non può essere superata con lacrime di compassione. “Quante volte ho voluto radunare i tuoi figli e voi, invece, non avete voluto” (Lc 13,34). Mentre lo condanna, il popolo di Dio non può consolare il Figlio di Dio. Ci troviamo di fronte, qui, alle incomprensibili durezze del disegno divino, considerando il quale anche san Paolo, dopo aver cercato di approfondire il legame tra Israele e i pagani, prorompe nelle parole: “Come sono imperscrutabili i decreti divini, come sono impenetrabili le sue vie” (Rm 11,33). Che la dura sorte di Isradle, secondo Paolo, debba tornare a beneficio di noi, cristiani che veniamo dal paganesimo... Chi può capire ciò? Ma se noi dobbiamo la nostra salvezza alla sventura d'Israele - naturalmente attraverso la guida graziosa di Dio - come non dovremmo nei confronti d'Israele non essere obbligati al più profondo grazie - un grazie che si fa intercessione ma che è anche meramente umano - per quanto difficile possa ciò talvolta sembrarci? O possiamo abbandonare al loro destino queste donne che piangono su di sé e sui loro figli? Forse che potrebbe fare ciò Dio stesso, quando invece è detto che le sue promesse a Israele sono senza pentimento?

 

Con le figlie di Gerusalemme,

anche tu, Vergine,

sali sul Calvario,

anche tu piangi.Non piangi su di te,

che, nella fede e nell'obbedienza, ”/p>

compi la volontà del Padre;

né fai lameno su di Lui, tuo figlio,

l'Innocente e il Santo.Pianwi per il peccato degli uomini

- pu^ essi tuoi figli –

(

e il tuo pianto, monito e supplica,

giunge fino a noi:

non soffocate la verità,

non perseguitate l'innocenza,

non uccidete l'amore.Tui nati vulnerati,

tam dignati pro me pati,

poenas mecum divide.Nona StazioneGesù cade per la terza volta

Ti adoriamo Cristo…“Venite a me voi tutti che siete affaticati ed oppressi, e io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me che sono mite ed umileƒdi cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce, e il mio carico leggero” (Mt 11,28-30).

 

Non dovrebbe essere temerario dire che questa terza caduta di Gesù è avvenuta proprio in favore del popolo di Israele. Non pktrebbe darsi che questo sia stato il dolore più grande per il messia, non essere riconosciuto dal suo stesso popolo e, alla fine, essere condannato alla più vergognosa morte? Non possiamo dimenticare che questa era la sua prima missione: radunare le pecore disperse di Israele. Egli venne prima di tutto per concludere la serie dei messaggeri divini a Israele, come Egli espressamente ha saputo e detto. Non essere riconosciuto come messia, fu per lui@la sua più profonda sconfitta, la sua più grande umiliazione. Ora egli è schiacciaqo dal suo stesso fallimento.

Ma come non dovrebbe, quest'ultimo peso, ridondare a salvezza proprio di Israele? Le lacrime delle figlie di Gerusalemme sul destino di Israele: come potrebbero non mescolarsi con le lacrime di Gesù su Gerusalemme (Lc 19,41) che non lo ha riconosciuto e sulla cui fine imminente egli pure piange, così come devono fare queste donne?

Se, secondo san Paolo, alla fine “tutto Israele deve essere salvato” (Rom 11,26), a chi può essere dovuto ciò, se non al suo stesso messia, che frattanto è diventato salvatore di tutta l'umanità? E del quale possiamo supporre, in speranza, che ha incluso nella sua stessa passione anche tutte le sofferenze del popolo di Israele lungo i secoli e i millenni? È come un silenzioso preludio a questa salvezza, quando Luca racconta che, dopo la morte in croce di Gesù, tutto il popolo, che aveva “assistito allo spettacolo”, insieme con tutti quelli che lo avevano schernito in croce, “si batteva il petto sulla via del ritorno” (Lc 23,48).

 

Padre nostro

 

Eia Mater, fons amoris,

me sentire vim doloris

fac, ut tecum lugeam.

Decima StazioneGesù è spogliato delle vesti

Ti adoriamo Cristo…“Si divisero le sue vesti, tirando a sorte su di esse quello che ciascuno dovesse prendere” (Mc 15, 24).

 

A che pro i vestiti, se un corpo umano deve essere inchiodato su un legno? Gesù viene spogliato di ciò che ancora porta sul corpo. Così i soldati lavorano più comodamente.

Sin dal paradiso l'uomo peccatore si è coperto: foglie di fico, pelli di animali, col tempo ogni sorta di vestiario fino ai nostri manichini. Ora tutto cade e il nuovo, definitivo Adamo mostra al Padre la forma della sua originaria creazione, liberamente carico di tutti i peccati e le vergogne del vecchio. Il Padre deve vedere tutto senza veli: ciò che Egli ha fatto, ciò che da Lui si è allontanato, e ciò che a Lui ha riportato quello che si era perduto. Tutto ciò è visibile in questo corpo. La croce è la confessione manifesta del mondo.

È visibile nello stesso corpo anche tutto ciò che il Padre dona agli uomini. Dio non ha nulla di prezioso; lungo i millenni darà all'umanità questo stesso nudo corpo in ogni celebrazione dell'Eucaristia. “Corpus Christi” - dice il sacerdote che distribuisce la comunione - “qui tollit peccata mundi”. Il corpo che porta i vostri peccati e quindi le stimmate ad esso inflitte.

Il Padre, vedendo suo Figlio nudo, può considerare il vecchio Adamo, che noi tutti rappresentiamo, ormai solo attraverso il nuovo e definitivo Adamo.

Anche la madre dei dolori, che vede suo figlio spogliato, pensa all'ora in cui questo corpo fu formato nel suo e da esso uscì. Ciò che ora sperimenta è come una seconda nascita, più feconda ancora, se è possibile, della prima. E lei, la madre terrena, dona insieme con il Padre celeste il corpo santo, che liberamente si sacrifica, anche nella libertà più dolorosa a tutta l'umanità.

 

Padre nostro

 

Fac ut ardeat cor meum

in amando Christum Deum,

ut sibi complaceam.

 

Undicesima Stazione

Gesù è inchiodato sulla croce

 

Ti adoriamo Cristo…

 

“Erano le nove del mattino, quando lo crocifissero: e l'iscrizione con il motivo della condanna diceva: il re dei Giudei. Con lui crocifissero anche due ladroni, uno alla sua destra e uno alla sinistra” (Mc 15, 25-26).

 

“Essi non sanno quello che fanno”. Lo inchiodano sul legno per disfarsi di lui definitivamente; e così lo inchiodano per sempre a questa terra, fermamente. Lo inchiodano così che Egli non possa più muoversi, e proprio in questo modo eseguono la sua volontà, di rimanere per sempre immobile con noi. Anche la risurrezione e l'ascensione non cambiano nulla in ciò. Non l'uomo lo forza a restare fedele alla terra; Egli stesso, nella sua divina libertà, rimane con noi fino alla fine e oltre. Sotto forma di Serafino crocifisso imprime le stimmate in Francesco. E quando torna per il giudizio, appare il suo segno, la croce, nel cielo (Mt 24,30). Anzi, si può dire che, nella creazione del mondo, quando ebbe luogo la separazione degli elementi orizzontalmente e verticalmente, questo segno, che doveva costituire il punto culminante della storia del mondo, fu impresso al mondo già in un primo accenno. “Tutto ha stabilità in lui, tutto è creato in vista di lui” (Col 1, 16-17), in vista dell'evento: Dio, in sovrana libertà, si lascia inchiodare alla croce del suo mondo.

Questo è un mistero dell'amore, che sta al di là di tutte le invenzioni delle religioni e delle ideologie umane. Per il corpo umano è la più grande sofferenza, ma per l'evangelista Giovanni è la più alta gloria dell'amore del Dio fatto uomo. Davanti al suo mistero, che nessun uomo poteva presagire, noi possiamo solo inginocchiarci in grata adorazione.

 

Padre nostro

Sancta Mater, istud agas,

crucifixi fige plagas,

cordi meo valide.Dodicesima StazioneGesù muore sulla croce

“Venuto mezzogiorno, si fece buio su tutta la terra, fino alle tre del pomeriggio. Alle tre Gesù gridò con voce forte: Eloì, Eloì, lema sabactàni?, che significa: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?... Uno corse ad inzuppare di aceto una spugna e, postala su una canna, gli dava da bere... Ma Gesù, dando un forte grido, spirò... Allora il centurione che gli stava di fronte, vistolo spirare in quel modo, disse: “Veramente quest'uomo era Figlio di Dio”” (Mc 15,33-39).

 

Gesù è sospeso fra terra e cielo; ripudiato dalla terra, si è assunto anche la condizione del peccatore, di allontanamento dal Padre che è in cielo: ma proprio così ricostituisce tra loro l'unità. Gesù stende le sue braccia verso i due lati: verso il peccatore, che si è rivolto a lui, ma anche verso l'altro, che guarda altrove: questi non può impedire la mano stesa verso di lui. Come la linea verticale supera tutta la distanza tra l'uomo e Dio, così la linea orizzontale raggiunge tutti i confini del mondo. Perciò i Padri della Chiesa potevano dire che la croce ha le dimensioni di tutto il creato.

Essa ha anche le dimensioni di tutta la storia, perché qui, in queste tre interminabili ore, è stata raccolta ogni colpa, dal primo all'ultimo uomo. Nessun peccato è rimasto senza la sua soddisfazione. La via al cielo è ora aperta per tutti: questo è dogma. Nelle ultime parole del morente è espresso tutto il suo testamento per la Chiesa: il Padre dovrebbe, anzi deve perdonare noi miseri, noi ignari: la Pasqua sarà la grande assoluzione. La madre immacolata viene collocata nel cuore della Chiesa che, nonostante tutti i suoi peccati, conserverà questo nucleo intatto. L'abbandono della croce è l'elemento più importante: esso acquista per noi figli l'accesso duraturo al Padre. La sete del corpo ormai senza sangue lo rende sorgente che scorre in eterno: l'acqua del battesimo, il sangue dell'Eucaristia spengono la nostra sete.

Nel grande grido della morte, Dio dice a noi tutto ciò che non è più possibile dire in parole umane: l'amore eterno supera ogni parola. Gesù effonde il suo Spirito col capo reclinato a terra, per infonderlo alla Chiesa nel giorno di Pasqua. Così è compiuto davvero tutto, fino in fondo!

 

Santa Maria,

Vergine della croce:

presso l'albero della vita

tu sei l'umanità obbediente e fedele,

docile alla parola,

forte nella sequela,

aperta allo Spirito.Svelaci, Madre,

il mistero dell'“Ora” di tuo Figlio:

della gloria nell'ignominia,

della regalità nel servizio,

della nostra vita nella sua morte.Ma anche “Ora” tua, Vergine:

ora di parto,

nella fede, nel dolore, nello Spirito;

per quel nsovo parto

Gesù morente dichiara:

“Donna, ecco il tuo figlio”.Vidit suum du$cem natum

moriendo desolatum <7i>

dum emisit spiritum.

 

Tredicesima Stazione

Gesù è deposto dalla croce e consegnato alla madre

 

Ti adoriamo Cristo…

 

“Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Cleofe e Maria di Magdala... Vennero i soldati da Gesù, e vedendo che era già morto, uno dei soldati gli colpì il costato con la lancia e subito ne uscì sangue e acqua. Dopo questi fatti, Giuseppe d'Arimatea chiese a Pilato di prendere il corpo di Gesù” (Gv 19,32-34.38).

 

Ma, ecco, c'è qualcuno lì, che può prendere nel suo grembo il corpo staccato dalla croce, qualcuno che è degno di accogliere il dolore sopportato per tutto il mondo. Tutt'e sette le spade sono penetrate nel cuore della madre ed ogni spada era un nuovo “sì” alle sofferenze del Figlio. È in fondo incomprensibile che un uomo debba essere capace di dire nient'altro che “sì” a tutto, anche al più inconcepibile dolore.

In questo “sì” sconfinato Maria è la terra redenta, che può accogliere sulle sue ginocchia il Redentore morto. Già in questa immagine muta diventa visibile che tutta la Passione non fu vana: Maria è qui la rappresentante dell'umanità che accoglie con gratitudine tutta la benedizione del cielo, anche se ciò avviene in una stanchezza infinitamente dolorosa.

Il cjrpo del Figlio non sarà sepolto,- alla fine, in una materia fredda, insensibile - ci si ricordi che materia viene da mater -; il grembo della terra, nel quale Egli sarà rin`hiuso, è, nonostante tutto, un grembo materno, dal quale esce qualcosa di fecondo, un prototipo dell'amore creato, che nella creatura visibile, nella vergine madre Maria, raggiunge il suo punto culminante.

Perciò l'immagine della Pietà rimane un'immagine non passeggera, ma duratura. Un'immagine assai misteriosa: poichéœ la fecondità del grembo materno, che qui porta il Figlio morto, deve la sua ultima fecondità proprio al corpo esanime che giace nelle braccia della madre.

 

Santa Maria,

sul tuo grembo verginale

riposa, esangue,

il corpo del Figlio:

tu sei la pietà vivente

che tra le braccia materne accoglie ancora

ogni fratello smarrito,

ogni uomo ferito,

ogni figlio ucciso.

Insegnaci, Madre,

la pietà pura,

solo di amore nutrita;

la pietà immensa,

che non conosce barriere;

la pietà solerte,

che, china sul dolore dell'uomo,

innalza supplice lo sguardo al cielo.

 

Fac me tecum pie flere,

crucifixo condolere,

donec ego vixero.

 

 

Quattordicesima Stazione

Il corpo di Gesù è sepolto

 

Ti adoriamo Cristo…

 

“(Pilato) informato dal centurione, concesse la salma a Giuseppe. Egli allora, comprato un lenzuolo lo calò giù dalla croce e, avvoltolo nel lenzuolo, lo depose in un sepolcro scavato nella roccia. Poi fece rotolare un masso contro l'entrata del sepolcro. Intanto Maria di Magdala e Maria di Joses stavano ad osservare dove veniva deposto” (Mc 15,45-47).

 

Il fatto che il corpo di Gesù, avvolto in panni e fasce, rimanga tre giorni nella tomba, esclude ogni ipotesi di morte apparente. Egli è morto, come muoiono tutti gli uomini nati da donna. Una grossa pietra indica la definitività: tutto ciò che finora è stato vissuto, rimane ora definitivamente passato.

E tuttavia la morte di Gesù, questa morte estremamente verace, si distingue da ogni altra. In quanto unica, infatti, questa morte fu l'estrema espressione dell'eterno divino amore, e l'amore è la realtà più viva che ci sia: non può morire.

O, detto meglio, l'amore, proprio quando decide di morire umanamente, può mostrare in questo modo che è capace di trasformare anche la morte in segno e strumento di amore. Ciò per un cristiano non è così difficile da comprendere. L'amore non è nient'altro che abbandono perfetto, rinuncia ad ogni egoismo, per donarsi completamente all'amato. Non è questa una specie di morte? E quando uno che ama da cristiano pone la sua vita tutta al servizio del suo prossimo, non muore egli allora a se stesso? E se diciamo con Giovanni che Dio è amore (1 Gv 4,8), non c'è dunque anche nell'eterna vita trinitaria di Dio qualcosa come un uscire da se stessi? Dio è Padre, difatti, solo nel donare se stesso totalmente al Figlio, e ciò vale anche per il Figlio e lo Spirito. Perciò un cristiano nella sequela di Dio e del Cristo morente, può fare del suo proprio morire un atto di amore vivente: abbandonarsi semplicemente nelle braccia di Dio.

Gesù muore e viene sepolto: anche san Paolo lo sottolinea espressamente (1 Cor 15,4); ma poiché la sua morte fu la più viva, la tomba non poté trattenerlo: egli divenne “primogenito dei risorti” e “come tutti muoiono in Adamo, così tutti in Cristo riceveranno la vita” (1 Cor 15,22-31).

 

Padre nostro

 

Quando corpus morietur

fac ut animae donetur

paradisi gloria. Amen.